Vite alla deriva

Di Nouri Michelle
14 Dicembre 2006
E' partito dall'Egitto verso la più vicina America, l'Italia. Voleva dare un futuro ai figli, oggi dorme sotto un ponte di Milano Naufrago e clandestino. Storia di Hassan

Hassan è un uomo esile, di bassa statura, con i capelli tagliati cortissimi e una lunga cicatrice sulla fronte. Carnagione scura, barba incolta. I denti color avorio assomigliano alle sue unghie poco curate. Indossa un maglione di seconda mano stile anni Ottanta, tutto quadretti e disegni. Hassan ha 35 anni ed è padre di tre maschi e due femmine che ha lasciato al Cairo, dove faceva il bracciante nei campi della periferia. Voleva far studiare i figli così che non dovessero anche loro spaccarsi la schiena per poche lire egiziane. Decise, come tanti del suo paese, di emigrare in Italia. Per quasi un anno studiò un modo autonomo per venire nel nostro paese perché sapeva bene che gli scafisti chiedono 3 mila euro a testa per trasportare gli immigrati dall’Egitto alle coste italiane: una cifra che non avrebbe mai potuto mettere insieme.
Un giorno, mentre lavorava in campagna, incontrò un altro lavoratore agricolo: stava organizzando con un gruppo di braccianti l’acquisto di un barchino che potesse portarli lontano, dall’altra parte del mare. Hassan non si lasciò sfuggire l’occasione. Di giorno mieteva il grano, di notte mendicava per le strade del Cairo insieme al figlio più piccolo. Il 22 novembre 2004 lasciò un biglietto alla moglie: «Parto per l’Italia ma ritornerò presto». L’appuntamento era stabilito a notte fonda sulla spiaggia di Alessandria, in un punto oscuro e segreto. Erano in sette persone su un’imbarcazione di otto metri. Dopo essersi disfatti dei documenti di identità navigarono per circa tre giorni, imbattendosi in un violento temporale. Le onde si fecero alte e il Mediterraneo non ebbe pietà di quegli uomini sventurati. Hassan ricorda di essersi aggrappato con le forze che gli restavano al bordo di legno del natante mentre il vento e le onde lo sbalzavano con violenza da una parte all’altra. Ricorda le grida di disperazione dei compagni e i tonfi in mare prima di battere la testa e svenire. Quando si svegliò non riusciva a capacitarsi di quello che era accaduto: a bordo erano rimasti in tre, gli altri erano tutti annegati.
Hassan e i suoi compagni furono salvati da una pattuglia della Marina militare italiana, caricati su una corvetta e portati in un Centro di accoglienza a Lampedusa. Dopo le visite mediche di rito, furono accompagnati in una tenda per l’interrogatorio alla presenza di un interprete. L’uomo aveva il compito di distinguere, durante i colloqui coi sopravvissuti, i vari dialetti della lingua araba, determinando così la reale provenienza degli emigranti. Hassan sapeva che se si fosse finto profugo iracheno o libanese avrebbe ottenuto l’asilo politico. La provenienza egiziana dei suoi due compagni fu immediatamente accertata: caricati su un aereo furono rispediti in patria. Lui, che si era esercitato per imitare l’accento iracheno, fu invece trattenuto e poi trasportato in Sicilia per ulteriori accertamenti. «Il primo passo è fatto», si disse Hassan.

La fuga dal Cpt
Arrivato in Sicilia fu subito schedato (naturalmente fornì generalità false) e portato in quella che a lui sembrava una grande prigione stracolma di persone, donne e uomini insieme, ma che quelli intorno a lui chiamavano Centro di permanenza temporanea. Gli immigrati erano divisi in gruppi a seconda del paese di provenienza. Alcuni aspettavano il foglio di via che dà loro tempo cinque giorni per lasciare il paese, ma che viene usato per entrare in clandestinità; altri attendevano l’udienza in un tribunale siciliano per accertamenti sulla loro provenienza e identità. Nella grande prigione isolata e a forma di cubo l’unico svago era camminare all’aria aperta nello spiazzo centrale. Subito fuori si vedevano uomini armati e le finestre delle camere avevano grosse sbarre di ferro. Si sentivano sorvegliati come dei criminali.
Hassan sapeva che, quando si sarebbe dovuto presentare davanti al giudice, non avrebbe potuto continuare a recitare la parte del profugo iracheno, e sarebbe stato rispedito a casa. Non aveva scelta, doveva fuggire; doveva correre il rischio, a costo di finire in una vera prigione. Nei tre mesi di permanenza al Centro conobbe un anziano uomo libico che gli fornì il recapito telefonico di un marocchino che viveva a Milano. Alla fine, con l’aiuto dei suoi compagni di stanza, riuscì ad aprire un varco nella finestra. Una notte di febbraio fuggì. Saltò dall’altra parte del muro, corse, sentì in lontananza gli spari in aria delle guardie. Giunto in una piccola stazione ferroviaria comprò un biglietto per Catania. Da lì di nuovo in treno verso la destinazione finale: Milano.

Miseria, freddo, emarginazione
La paura di essere sorpreso dalla polizia, non avendo documenti con sé e non parlando italiano, era insopportabile. Arrivato alla stazione di Milano tentò di chiamare il marocchino. Suonava libero. Finalmente, dopo tre giorni trascorsi in stazione Centrale mendicando qualche moneta e dormendo all’addiaccio, dall’altra parte del filo qualcuno rispose. Un uomo gli disse che sarebbe passato a recuperarlo e che gli avrebbe trovato una sistemazione. Hassan esultò: il sogno si stava realizzando. Presto avrebbe goduto dell’ospitalità di un altro arabo come lui, avrebbe trovato un lavoro, iniziato a mandare denaro alla famiglia. Ma le cose non andarono così: la sera stessa Hassan si ritrovò a dormire sotto il ponte di Cascina Gobba insieme al marocchino che lo aveva recuperato alla stazione Centrale, e in pochi giorni si rese conto che quella era la vita della maggior parte degli immigrati in Italia. Con sgomento scoprì che le storie che gli erano state raccontate al Cairo da persone che erano state in Italia non corrispondevano al vero. Quella non era l’America che sperava e sognava di trovare, che gli era stata raccontata tante volte. Era una realtà fatta di clandestinità, miseria, freddo, umiliazione, emarginazione.
Senza il permesso di soggiorno Hassan non ha la minima possibilità di trovare un lavoro decente. L’unica cosa che Hassan ha trovato è un lavoro part- time sottopagato in un negozio di oggettistica scadente. I soldi che guadagna gli bastano a malapena a procurarsi il cibo e qualche lurida coperta: a casa non può mandare nulla. Finito il lavoro al negozio, la sera ritorna a piedi alla sua attuale casa: il ponte di Cascina Gobba. Hassan, però, non smette di sperare.
michelle.nouri@infinito.it

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