VITE CAMBIATE DA GIOVANNI PAOLO II
Roma. Per pregare. Per capire e conoscere. Per comprendere. San Pietro, mercoledì 6 aprile 2005, via della Traspontina, traversa che conduce a via della Conciliazione. Serena Menicucci, 28 anni, toscana, non frequenta le chiese da tempo, “almeno da tre anni”. Eppure c’è, pigiata nella folla composta che per l’ultima volta vuol vedere, foss’anche per un solo secondo, il Papa santo. «Io non so – spiega Serena – e questo è il punto di partenza del mio discorso. Da tempo mi sento inutilmente libera, una persona che consuma le sue giornate senza provare la gioia piena e compiuta della propria libertà. Ma qui, annegata tra la gente e tra le bandiere di ogni paese della terra, avverto qualcosa. Assaporo la mia libertà. La mia vita è andata avanti tra alti e bassi: ho creduto e non ho creduto. Oggi credo, ancora una volta. Sarà la grandezza dell’uomo, sarà il valore delle parole lette nei suoi discorsi ripubblicati ovunque, ma in me molto è cambiato. La libertà di una domanda sempre rinnovata». Tutto intorno il chiasso aumenta mentre gli abitanti di Borgo Pio non riescono neppure ad uscire di casa. Pochi metri più avanti, accanto ad una comitiva di spagnoli proveniente da Siviglia, Antonio Lavarini si disseta bevendo da una bottiglietta di plastica. Trentanove anni, romano; è qui insieme al fratello, tassista, ed all’anziana madre. «In un’epoca – racconta – di incertezza totalizzante Giovanni Paolo II mi ha dato certezze. Anche in merito agli errori. Me le ha date quando a me, divorziato per una storia d’amore andata in frantumi troppo presto, alzando l’indice mi ha spiegato: “Tu sbagli Antonio”. È vero, ero in errore e non lo sapevo, circondato com’ero da mille voci rassicuranti che mi sussurravano: “Al giorno d’oggi un matrimonio non dura più di sette anni”. Mi sono fermato a riflettere ed ho capito. Responsabilità, questo è quello che conta». Mentre Antonio parla la madre, sorretta dal fratello, ha un leggero malore. Pochi attimi, il tempo di farla bere e di bagnarle le tempie. Poi l’avvicinamento a San Pietro ricomincia, lento, come un pellegrinaggio alla casa di un amico, di una guida che nessuno potrà dimenticare. Mai.
Lentamente le persone in fila si muovono. Ivan Licitra, trent’anni, siciliano, metà della vita spesa nel gestire bar e locali pubblici, porta in spalla soltanto un piccolo zaino. Ha fatto dodici ore di treno per arrivare a Roma. «Senza fatica – dice lui – sono partito subito, approfittando del turno di chiusura settimanale del mio locale. Volevo venire ad omaggiare il pontefice. La mia vita è stata scandita dai suoi viaggi, dalle sue prediche, dai suoi ammonimenti. Il mio fidanzamento è coinciso con l’apertura dell’Anno Santo. Una coincidenza, certo, ma mi piace pensare che anche le casualità non arrivano mai senza una ragione profonda».
Massimiliano Lenzi
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