Vive l’État
Parigi
Da più di vent’anni il sociologo Gérard Mermet raccoglie e analizza dati ufficiali e sondaggi che pubblica con cadenza biannuale nel libro Francoscopie. Nell’ultimo, del settembre 2006, Mermet rileva quella che definisce «schizofrenia nazionale», con i francesi che diffidano del libero mercato e delle imprese «ma trovano delle qualità a quella nella quale lavorano», protestano contro le delocalizzazioni «ma non esitano ad acquistare dei prodotti fabbricati in Cina», collettivamente sono spaventati dalla crisi che attraversa il paese «ma individualmente riconoscono che per loro le cose non vanno poi così male». Di questa strana «schizofrenia nazionale» Tempi ha parlato con l’economista Elie Cohen, tra le altre cose direttore di ricerca al Cnrs, saggista e membro dal 1997 del Conseil d’analyse économique, i cui lavori alimentano la riflessione del governo e del primo ministro francese.
Il paese avverte l’urgenza dei propri problemi ma tende a difendere l’esistente. Professor Cohen, qual è la sua diagnosi di questa paradossale crisi strutturale francese?
Il problema essenziale della Francia è la perdita di competitività. Il paese non ha saputo beneficiare del dinamismo del commercio mondiale e questo si traduce in un forte deficit della bilancia commerciale. Analizzando il flusso commerciale dai paesi dell’Eurozona verso l’esterno, si osserva che la Francia ha perso il 7 per cento delle sue quote di mercato. Questo perché negli ultimi cinque anni la Francia, a differenza di altri paesi europei e in particolare della Germania, ha conosciuto un ritmo di consumo interno continuo e importante, e quando si consuma molto si esporta meno e si importa di più. Il secondo fatto da considerare, il più negativo, è che le aziende nazionali non sono state capaci di adattarsi all’accelerazione del commercio internazionale. Cioè da un lato la Francia non ha saputo approfittare della crescita di paesi come l’India, la Cina, la Russia, non ha sviluppato in questi nuovi mercati una presenza sufficiente, al contrario della Germania. Dall’altro lato i prodotti francesi non sono tra i più richiesti nei paesi che hanno conosciuto una importante crescita economica: i tedeschi, per esempio, vendono macchine utensili e materiale per i trasporti; la nostra specializzazione, invece, è il nucleare, o l’aeronautica. Ovvio che il paese fa fatica ad adattarsi. Il terzo elemento critico è che in Francia il costo del lavoro è cresciuto e la redditività delle aziende è diminuita, a causa della legge sulle 35 ore e dell’aumento del salario minimo (a 1.300 euro lordi circa, ndr). Oggi i costi orari della manodopera francese sono equivalenti a quelli della Germania, cosa che ha portato a un netto peggioramento della nostra competitività relativa.
Perché la Francia, a parità di costi salariali, è meno competitiva della Germania?
Perché la Germania, nel mondo, è il paese industriale di riferimento. I suoi prodotti godono da sempre di una imbattibile reputazione di qualità e varietà. Noi francesi possiamo competere coi tedeschi solo se i nostri costi di produzione sono più bassi. Ma ci sono altri due dati che illustrano la crisi sistemica dell’economia francese: l’alto e persistente tasso di disoccupazione e il basso tasso di partecipazione. Mi spiego: se si considera la fascia di popolazione di età compresa fra i 18 e i 25 anni e quella fra i 55 e i 65 anni, si constata un crollo del numero delle persone che lavorano, in Francia, rispetto agli altri paesi. Ci sono meno giovani e meno “vecchi” che lavorano. E il nostro tasso di disoccupazione (oggi attorno al 9 per cento, ndr) dopo quello della Grecia è il più alto dell’Unione Europea, se escludiamo i nuovi paesi membri. Come se la perdita di competitività e la disoccupazione non bastassero, infine, la Francia è anche il solo paese tra quelli dell’Ocse che negli ultimi dieci anni ha visto aumentare il peso dello Stato. Oggi la spesa pubblica in rapporto al Pil è al 54 per cento.
Lei dice che le aziende francesi non sono competitive, ma nella classifica di Forbes sulle duemila aziende più importanti del mondo, fra gli europei solo i britannici sono piazzati meglio di voi: la Total (settore degli idrocarburi) è al 15esimo posto, Bnp Paribas (bancario) al 17esimo, il gruppo Axa (assicurativo) al 28esimo, France Telecom al 54esimo, Sanofi-Aventis (farmaceutico) al 58esimo.
Ma questi grandi gruppi, e più in generale le aziende comprese nel Cac 40 (l’indice delle 40 principali aziende quotate nella Borsa di Parigi, ndr), sono appunto mondializzate. In generale sono aziende che hanno due terzi delle attività e due terzi dei dipendenti all’estero, e fanno all’estero anche l’80 per cento dei loro affari. La soluzione ai problemi dell’economia francese, però, non verrà dai 12 miliardi di profitti di Total o dai 5 miliardi di Edf. E non tanto perché le aziende del Cac 40 investono sempre meno in Francia, ma perché rappresentano solo il vertice della piramide. Alla base ci sono quasi un milione di aziende composte da una sola persona e in mezzo le piccole e medie imprese (Pmi), che sono uno dei grandi problemi dell’economia francese. Come ha documentato una ricerca dell’Ocse, diversamente dalle nuove Pmi di Germania, Gran Bretagna o Stati Uniti, le Pmi francesi fanno fatica a crescere. Rispetto ai tedeschi noi abbiamo meno della metà di Pmi innovative ed esportatrici.
Per quali ragioni le Pmi francesi arrancano?
Fanno fatica a trovare i finanziamenti per crescere, hanno paura ad assumere (a causa delle difficoltà delle procedure di licenziamento, ndr) e non riescono a entrare nei mercati, e non tanto per incapacità imprenditoriale quanto perché in Francia predominano le concentrazioni e gli oligopoli in alcuni settori determinanti come l’industria finanziaria, la distribuzione, l’industria di rete. Una tendenza che viene paradossalmente dai nostri passati successi. In Francia, infatti, contrariamente a quello che è successo in altri paesi, le aziende monopolistiche di Stato, come Edf (l’equivalente di Enel, ndr), sono state ben gestite, al punto da divenire leader mondiali nei rispettivi settori. È dura per le Pmi entrare in un mercato dove il monopolio pubblico già garantisce un buon servizio e quindi non induce negli utenti di tale servizio il desiderio di un’alternativa, come invece accade altrove.
Crede che questa soddisfazione per le aziende monopolistiche di Stato possa spiegare anche l’atteggiamento di rifiuto dell’economia di mercato tipico dei francesi?
L’economia francese del Dopoguerra è stata, nel mondo, l’unica economia “alla sovietica” ad aver funzionato. I più importanti settori dell’economia sono stati nazionalizzati, lo Stato ha preso in mano il finanziamento delle più grandi aziende ed è stata applicata l’economia pianificata. Il risultato è stato che dal 1954 alla crisi energetica del 1974 il paese ha avuto un livello di crescita secondo solo a quello del Giappone. Per ragioni storiche e culturali i paesi di tradizione anglosassone preferiscono arginare il più possibile lo Stato per garantire la libertà dei cittadini. I tedeschi poi, con il nazismo, hanno avuto l’esperienza traumatica della degenerazione di uno Stato potente e centralizzato. E d’altro canto sappiamo anche quale fu il ruolo dello Stato nei regimi totalitari comunisti. Noi invece abbiamo avuto uno Stato virtuoso, illuminato, imprenditore e promotore dello sviluppo del paese. Per questo i francesi non pensano che la crescita economica sia legata all’economia di mercato. Ma hanno torto, a mio avviso, perché quello che spiega il successo economico francese nel Dopoguerra non è l’intervento dello Stato ma il fatto che eravamo un sistema in recupero, che avevamo importato le tecnologie americane, che abbiamo potuto disporre di energia a buon mercato, che abbiamo beneficiato dell’integrazione del mercato e delle riserve demografiche riversatesi dall’agricoltura all’industria. Sono gli stessi elementi che hanno fatto anche il miracolo italiano e quello tedesco.
È a causa di questa sopravvalutazione degli effetti benefici dello statalismo che oggi il paese sa che i cambiamenti sono necessari ma nello stesso tempo non vuole toccare il ‘modello francese’?
È questo ma non solo. Oggi osserviamo che il mondo politico francese, sia a destra che a sinistra, invece di assumersi le proprie responsabilità nel degrado della situazione, preferisce attribuirlo a cause esterne, come la globalizzazione o l’Europa. Anche questo spiega il rifiuto dell’economia di mercato così come, d’altra parte, la sempre maggiore diffidenza degli elettori verso i grandi partiti politici. Abbiamo perso i punti di riferimento che strutturavano la società, e non riusciamo a trovarne di nuovi. È preoccupante vedere i politici che, in questa campagna elettorale, invece di proporre un “aggiornamento” per far uscire il paese dalle sue difficoltà dicono ai francesi che hanno ragione di lamentarsi, che loro sapranno proteggerli, che ridaranno allo Stato il ruolo che ha avuto in passato quando sapeva ridistribuire a tutti il benessere. Promesse che, naturalmente, non potranno essere mantenute senza peggiorare ulteriormente la crisi.
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