Vive la France impérialiste

Di Arrigoni Gianluca
26 Gennaio 2006
«C'è un legame tra la rivolta delle banlieue e le contraddizioni di una repubblica che predicava uguaglianza e praticava IL COLONIALISMO». e non è imbellettando la storia che usciremo dalla «guerra delle memorie». Parla lo storico blanchard

Parigi. Messo alle strette dalla crisi delle banlieue francesi, già a novembre Jacques Chirac era stato costretto a riconoscere che il paese sta attraversando una profonda «crisi di identità». Poi, il 31 dicembre, con il consenso popolare sceso ormai all’uno per cento, nel tradizionale discorso televisivo il presidente della Repubblica ha esortato i suoi connazionali, depressi e spaventati dal mondo che cambia – dicono i sondaggi -, a «credere nella Francia» e a sentirsi partecipi di «un progetto collettivo» che «non è da inventare», ma bisogna semplicemente «far vivere nei princìpi e negli atti: questo progetto è la Repubblica». Nel suo discorso Chirac ha pronunciato nove volte il termine Repubblica, quasi fosse la parola magica che tutto aggiusterà. Ma nelle banlieue, dove secondo rapporti ufficiali i giovani con nome o cognome a consonanza araba o africana sono afflitti da un tasso di disoccupazione doppio rispetto alla media nazionale, diventa difficile credere nell’incantesimo della Repubblica e sentirsi partecipi di quel «progetto collettivo» di cui parla Chirac. Le discriminazioni sono piuttosto un terreno per strumentalizzazioni come quella definita “guerra delle memorie”, dove a prevalere non è la storia ma il mito, una qualche forma di idealizzazione o di provocazione.

Il crimine di Napoleone
E’ il caso del libro di Claude Ribbe, Le crime de Napoléon, pubblicato a novembre, che fa di Napoleone un precursore del genocidio e quindi di Hitler, sostenendo che nelle Antille francesi la repressione delle rivolte contro il ripristino della schiavitù (voluto nel 1802 dall’allora console Napoleone) aveva come obbiettivo lo sterminio dell’intera popolazione nera per mezzo di gas. Sulla stessa linea di Ribbe si muove l’umorista Dieudonné che, tra le altre cose, dice che continuerà a strappare dai libri di scuola dei propri figli le pagine sullo sterminio degli ebrei fino a quando nei manuali non verrà dato altrettanto spazio alla sofferenza delle popolazioni africane vittime dello schiavismo. A creare questo clima malsano hanno contribuito probabilmente le cosiddette “leggi memoriali”, che – come è stato scritto su queste pagine – con l’intento di contrastare l’antisemitismo e affini (oltre a quella che onora la memoria della Shoah, ce n’è una per il genocidio degli armeni e una per lo schiavismo), hanno in qualche modo aperto le aule dei tribunali alle diatribe tra storici, i quali si sono ritrovati sulle barricate e per evitare di finire alla sbarra firmano petizioni contro quelle norme. L’ultima delle “leggi memoriali”, approvata poco meno di un anno fa sia da gaullisti che da socialisti (anche se poi i socialisti, sorpresi dalle polemiche, hanno finto indignazione), vuole che i manuali scolastici riconoscano il «ruolo positivo della colonizzazione». In tanti ne hanno chiesto l’abrogazione, soprattutto in Algeria e nelle province d’oltremare, ma un sondaggio mostra che oltre il 60 per cento dei francesi “continentali” a quella legge è favorevole.
Pascal Blanchard, storico del Cnrs, presidente dell’Association Connaissance de l’histoire de l’Afrique contemporaine e specialista dell’epoca coloniale francese, è convinto che la “frattura coloniale” sarà il principale tema della campagna elettorale delle presidenziali del 2007. Nei suoi libri ha scritto che la Repubblica si è costruita anche alimentando il mito di una Francia colonizzatrice, depositaria della missione di diffondere la civiltà nel mondo. Un mito “progressista” e “di sinistra” che – conferma Blanchard a Tempi – si preferisce non ricordare e che tuttavia, a quanto pare, rimane ancora solido: «L’intera storia della III Repubblica (1870-1940), erede dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese e quindi, almeno in teoria, dei princìpi di libertà e uguaglianza, è stata una storia colonizzatrice. Il colonialismo, in Francia, viene da un’utopia repubblicana (generalmente condivisa a sinistra, chi vi si opponeva, non per ragioni ideali ma economiche, era piuttosto a destra) secondo la quale la sottomissione di altre nazioni era una necessità “temporanea”, in attesa che l’educazione portasse quei popoli nel giro di qualche generazione all’assorbimento dei princìpi della libertà repubblicana». E nonostante questo sogno di civilizzazione di fatto non si sia mai concretizzato, continua Blanchard, «ci fu davvero chi finì per crederci, per esempio tra gli insegnanti mandati nelle colonie. Solo nel periodo tra le Guerre mondiali l’idea coloniale è stata sostenuta sia da destra che da sinistra. Non va dimenticato che il più grande ministro delle Colonie della IV Repubblica (1945-1958) è stato il socialista François Mitterrand e che alcune delle più grandi crisi interne alla sinistra negli anni Cinquanta, il periodo di Guy Mollet, erano dovute alla questione coloniale. Le discussioni sulla colonizzazione hanno segnato tutta la storia delle sinistre francesi. Ancora oggi i socialisti hanno dei problemi ad assumere la loro storia». La ragione dei tentativi di obliare il periodo dell’impero coloniale, spiega Blanchard, è che «si teme di mettere in crisi la mitologia repubblicana, principio fondante della memoria collettiva. Il contrario di quel che avviene nel mondo anglosassone, dove gli storici non finiscono sotto accusa di parzialità solo per il fatto di occuparsi dell’imperialismo del proprio paese. Solo in Francia ci si chiede se la colonizzazione sia stata un bene o un male».

Se vuoi la pace, ricorda la guerra
Proprio a questa difficoltà a metabolizzare il proprio passato coloniale la Francia deve la cosiddetta guerra delle memorie che alimenta le rivolte delle banlieue. Un problema, la guerra delle memorie, che secondo Blanchard sarebbe in fondo relativo «se la Francia avesse avuto solamente qualche piccola colonia, com’è stato il caso dell’Italia. Ma la Francia ha avuto un vero impero coloniale secondo solo a quello britannico. E di conseguenza un susseguirsi continuo di scontri e di guerre, sia per la conquista che per la pacificazione di quelle terre. Il risultato è che in Francia sono dieci milioni le persone che hanno un papà, un nonno o un bisnonno nato nelle colonie dell’ex impero. C’è un legame tra la difficile integrazione degli immigrati e le contraddizioni di uno Stato repubblicano che predicava uguaglianza e praticava la colonizzazione». E tentare di marginalizzare quella storia controversa non migliora, ma peggiora il disagio di francesi le cui radici sono nelle ex colonie: «Finiscono con il sentirsi esclusi dalla memoria collettiva nazionale. Così come possono sentirsene esclusi i coloni francesi “rimpatriati” negli anni Cinquanta e Sessanta, all’epoca della decolonizzazione (più di un milione di persone solo dall’Algeria, attorno a 1.350.000 se si aggiungono quelle che tornarono da Marocco, Tunisia e Indocina). Conflitti violenti come la guerra d’Indocina e quella d’Algeria che coinvolsero un numero enorme di soldati, perdipiù in gran parte non professionisti ma semplici reclute che partivano con la chiamata alla leva, hanno fatto della nostra storia coloniale una storia di dolore e di “memorie” divergenti all’interno di una sola Repubblica. Memorie che non si possono rendere neutre. Si è pensato che la “pacificazione” della memoria sarebbe arrivata da sola, con il passare del tempo, con la morte dei nostalgici della colonizzazione, e che a quel punto la Francia sarebbe entrata con tranquillità nel tempo della “storia”. Ma non è stato così e ora ci ritroviamo in una una situazione relativamente esplosiva. Da tutto questo viene l’attuale discussione alimentata dalle “leggi memoriali” sullo schiavismo e sulla colonizzazione. Non si può più evitare una vera riflessione sulla storia. Si dovrà metterla a nudo, parlarne, parlarne e parlarne ancora, per far prevalere la storia sulla “memoria” contraddittoria degli uni e degli altri e per ridare un senso a quel “vivere insieme” che ancora oggi è la forza della Repubblica».

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