W il proporzionale
«C’è poco da fare, questo bipolarismo è fatto su misura per la Gad che va da Mastella a Bertinotti. Poi quelli non riescono a governare, ma intanto vincono e vinceranno tutto da qui al 2006 se non facciamo, e in fretta, la riforma elettorale con il ritorno al proporzionale». Lo sfogo di un peone ciccidino la dice lunga sulla situazione politica italiana. Dove si conferma il dato che se la sinistra non sfonda, intanto vince grazie all’astensionismo dell’elettore del centrodestra. Ecco perché qualcuno, ai piani alti, pensa che se a breve la riforma elettorale non ci sarà, si può immaginare quel che, a breve, può capitare di qui al 2006. Ad esempio?
Governo di unità nazionale?
Marzo 2005. Il governo vacilla, Berlusconi annuncia la vendita di Mediaset. La scena politica è in fibrillazione. Vigilia delle regionali. Berlusconi sale al Quirinale. Il paese non può aspettare il 2006 per uscire dalla strisciante guerra civile che vede il Cavaliere al centro dell’isteria giudiziaria, mediatica e politica generale. Ci sono problemi industriali, di conflitto sociale e declino economico (leggi non solo Confindustria e Fiat per la quale il compagno Epifani – e questa non è fantapolitica ma dichiarazione del leader Cgil di sabato 23 ottobre – ha appena sollecitato il governo a muoversi, nuove rottamazioni e “incentivi” per la casa madre di tutti i partiti della rendita e della spesa pubblica) che non possono più aspettare. Dunque salotti intercettati dai muri dicono che verso la primavera 2005 potrebbe succedere il colpo di scena che cambia tutto. Dicono che il premier Berlusconi e il presidente Ciampi potrebbero inchinarsi a un accordo tra i poli. Dicono che attraverso un “ribaltone pilotato”, nell’anno superelettorale 2005-2006, l’accordo potrebbe stabilire il più classico dei “governi di unità nazionale” (magari a guida del “tecnico” ed ex commissario Ue Monti) e lasciare che il destino presidenziale di Berlusconi si compia con la sua salita al Quirinale (magari con le dimissioni appena appena anticipate, solo di un mese o due, “motivi personali”, del presidente uscente Carlo Azeglio Ciampi). Fantascienza? Certo. In questo schema, dove lo mettiamo Prodi? E poi, chi ha la forza a sinistra di fermare Repubblica, i mozzorecchi, i girotondini e la compagnia lilligruberiana? E come la mette Berlusconi con Bossi? Resta da spiegare quale altro schema risponda ai movimenti dei “poteri fortini” e alla vendita di Mediaset.
L’ora dell’auspicio vittadiniano? Si’, se cambia la legge elettorale
Insomma, giratela come volete, il nodo politico italiano resta comunque Berlusconi. Ora, visto che è difficile immaginare un’Italia ulteriormente ingessata sul pro e contro il Cavaliere, cosa ci sarebbe da auspicare che di nuovo accada tra qui e il 2006? In un’intervista del 9 novembre 2003 al Corriere della Sera sul tema del neo-illuminismo milanese, Giorgio Vittadini disse quale sarebbe la ricetta possibile per evitare l’Argentina e imprimere una scossa autenticamente riformista al paese: «Le forze ci sono, crescono. Butto lì una proposta impolitica: cinque anni di unità nazionale tra le forze riformiste che fanno fuori gli estremi. Non intendo un superpartito: solo un confronto vero, non ideologico, senza risse». Ma il “taglio” delle ali estreme è davvero una proposta praticabile con questa legge elettorale che, volenti o nolenti, vede la Lega e Prc decisivi nella disputa tra i due poli? Quanto a Berlusconi non è impensabile, visti anche il trend elettorale e le obiettive difficoltà della Cdl di radicamento sul territorio, che egli non sia tentato di dare una brusca frenata alle riforme istituzionali (almeno le parti più padanamente spinte e quindi contestate) che ancora necessitano di due passaggi al Senato e uno alla Camera. Ma un’opposizione che ha i media dalla sua parte ed è galvanizzata dalla modesta ma psicologicamente importante vittoria elettorale, può accettare anche solo l’idea di mondarsi dei suoi massimalismi? Accetterebbe questa opposizione l’appeasement di una nuova Bicamerale sulle riforme benedetta da Carlo Azeglio Ciampi, ben vista da Marcello Pera e Pier Ferdinando Casini e in linea con le raccomandazioni del nuovo presidente della Consulta, Valerio Onida? Difficile che la sinistra guidata da Romano Prodi, la Gad, accetti un tale deal. Servirebbe la sinistra degli Enrico Letta e dei Pierluigi Bersani, la sinistra dei Nicola Rossi e dei Michele Salvati. Servirebbe, in sintesi, la sinistra di Massimo D’Alema. Peccato che sia in esilio a Strasburgo.
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