WELFARE STATE IPOCRITA

La società americana tra tanti difetti sin troppo evidenziati in questi ultimi giorni ha molti pregi. Uno di essi è la possibilità di valorizzare i capaci e i meritevoli fino a permettere una grande mobilità verticale attraverso lo studio e il lavoro ancorché indigenti. Quale il merito di una società europea e italiana?
Molti, prendendo a pretesto quanto è avvenuto a New Orleans, hanno ribadito il valore incommensurabile del welfare state, dell’assistenza dalla culla alla tomba che assicurerebbe un’esistenza dignitosa per tutti in Europa. È veramente questo il valore della nostra società? A chi girasse per certe lande del Mezzogiorno potrebbero venire dei dubbi.
Persone serie e pronte a operare trovano nell’impiego pubblico l’unica soluzione alla disoccupazione.
In questo contesto, la raccomandazione diventa la via maestra per evitare l’emarginazione sociale. Alcune trasmissioni giornalistiche che l’hanno evidenziato hanno attaccato il sistema delle raccomandazioni ma non la sua origine, le sue cause: lo statalismo. è vero che se la politica di destra e sinistra senza alcuna differenza è quella del trasferimento pubblico, dell’allargarsi degli apparati e dei posti pubblici diventa inevitabile anche se non giustificabile cercare di entrare nel fortino di un minimo benessere.
Ma questo non è neanche il male peggiore dello statalismo. Si evidenzia che la raccomandazione è solo l’ultimo dei mali di un welfare state diventato statalismo. Il problema è quindi attaccare l’origine, non la conseguenza. In tale sistema quanti lavoratori socialmente utili non lo sono? Quante cooperative sociali sono favorite o discriminate in nome della loro contiguità al potere? Quanti investimenti produttivi sono fatti solo per costruire strutture che non serviranno mai?
In tali contesti il welfare state o diviene in realtà un assistenzialismo che se nel breve impedisce condizioni di massima indigenza, nel lungo ostacola ogni vera responsabilità e innovazione. Oggi una parte politica, per bocca del suo esponente più autorevole, non ha saputo né voluto attaccare tale sistema. L’altra parte, nell’ipocrisia della politica di certa stampa, non si permette neanche di spiegare come dovrebbe conciliarsi un regime di mercato con le regole della concorrenza.
Saremo quindi di fronte ancora al socialismo di Stato che ha caratterizzato molte delle azioni delle classi politiche oggi in auge? Esistono alternative che non ci portino al darwinismo sociale?

*Presidente Fondazione per la Sussidiarietà

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