WWFatwa contro Lomborg

Di Respinti Marco
11 Luglio 2002
L’ecofanatismo muove il business, ma perde di vista i fatti. Parola di una quantità (non mammalucca) di dati. E di Bjørn Lomborg, demolitore del Protocollo di Kyoto

Putiferio va alla guerra. Ricordate il cartone animato, diretto da Roberto Gavioli, della formichina sola contra mundum? Eravamo piccoli così, ma oggi torna in auge. La formichina si chiama Bjørn Lomborg: uomo di sinistra, è docente associato di Statistica all’Università di Aarhus, in Danimarca, e contro di lui si sono già mossi tutti i “grandi” (e ricchi) dell’ambientalismo. Il putiferio è invece quello scatenato dal suo libro The Skeptical Environmentalist: Measuring the Real State of the World (Cambridge University Press, Cambridge 2001), uscito in danese nel 1998; o, meglio, dai suoi critici, colti da travaso di bile sulla strada per Kyoto. Ovvero, là dove si è firmato il Protocollo d’intesa sul controllo delle immissioni nell’atmosfera terrestre di gas a effetto-serra (poi perfezionato a Bonn). Lomborg smaschera il “lamentoso pianto” ecologista citando la Commissione intergovernativa sul mutamento climatico delle Nazioni Unite (l’organismo ad hoc più autorevole, secondo Stephen Schneider, climatologo arciambientalista della Stanford University e uno dei quattro criticissimi recensori dello studioso danese su Scientific American dello scorso gennaio): è più verosimile che nei prossimi cento anni la Terra si riscaldi mediamente di solo 1,4 gradi centigradi contro i 5,8 buttati lì dagli ecopsicoterroristi. Morale della favola? Se messo in pratica, il Protocollo di Kyoto ridurebbe di 0,15 gradi centigradi l’attuale temperatura media del globo. Però nel 2100. E con una spesa mondiale che oscilla, a seconda delle proiezioni, fra gli 8mila e i 38mila miliardi di dollari. Se non lo si facesse, il danno sarebbe di 5mila miliardi di dollari circa. Vincono i conti della massaia.

Le cose vanno meglio, molto meglio
Siamo troppi? La scienza demografica stima che non supereremo i 10 miliardi. Mai. Intanto il cibo costa meno e, secondo gli enti mondiali per l’alimentazione, entro il 2030 le aree coltivabili potrebbero salire al 12% (+1%) della superficie planetaria. Per di più, l’agronomo Paul Waggoner ritiene che l’aumento della produttività agricola potrebbe essere così significativo e rapido da portare a un restringimento delle zone coltivate in favore di più vaste oasi naturali. Pensierino da economia domestica: se il prezzo scende, vuol dire che l’offerta cresce. Ci starebbe persino Karl Marx. Figuriamoci Lomborg, soi-disant “ambientalista suburbano”, di quelli, insomma, che ogni tanto la loro offertina alla sezione locale di Greenpeace la fanno. Né petroliere d’assalto, né kapitalista sfegatato, dunque, il provetto contabile danese si è solo messo di buzzo buono a demolire, una dopo l’altra, le molte bugie ecocatastrofiste. Solo che i “Verdi-di-tutto-il-mondo-unitevi” si sono inalberati (absit iniuria verbis) e adesso gli danno addosso: alla libreria Borders di Oxford, lo studioso si è preso una torta in faccia scagliata da un tizio «solidale con i nativi indiani e gli eschimesi di Alaska» e il periodico Nature lo equipara ai negazionisti dell’Olocausto. Senza però rispondere ai suoi dati: vita media mondiale nel 1900 30 anni, oggi 67; calorie pro capite consumate mediamente nel mondo aumentate del 24% dal 1961 e del 38% nei Paesi sviluppati; dal 1957, i prezzi dei generi alimentari, calcolata l’inflazione, scesi di più dei due terzi; le emissioni Usa di particole inquinanti scese del 62% dal 1957, l’anidride solforosa dell’80% dal 1962 e l’ossido di azoto del 38% dal 1975; il prezzo medio mondiale dei metalli sceso di più del 50% dal 1957 e (secondo The Economist) quello dei prodotti industriali dell’80% dal 1845. Non basta? Nel 1800, l’energia generata da 30 milioni di tonnellate di carbone statunitense valeva 19 miliardi di dollari; oggi 90. The Economist sbatte ora il carbone in copertina come “nemico ambientale n. 1” (anche se poi all’interno smorza i toni). Sporca, è vero. Ma come mai gli ecologisti ce l’hanno con la più pulita energia nucleare tanto quanto i petrolieri
e i produttori di carbone?

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