ZaccaRai, ci vorrebbe una dieta

Di Da Rold Gianluigi
14 Giugno 2001
Il logo Rai più che una farfalla dovrebbe essere un bruco. Che si nasconde sottoterra dopo aver infiammato la campagna elettorale consegnandola ai vari Luttazzi&Travaglio. Zaccaria finge di non capire e vuole continuare la sua missione. Finirà tutto a tarallucci e vino? Ma una soluzione ci sarebbe…

Il presidente della Rai, Roberto Zaccaria, sta diventando il leader dell’ultima ridotta della “sinistra televisiva”, che vuole confrontarsi con il nuovo governo. Zaccaria al Corriere della Sera ha affermato che non ha alcuna intenzione di dimettersi, anzi vuole «difendere la Rai dalla politica». Scivola su tutte le “questioni roventi” della lunghissima campagna elettorale. Il duetto Luttazzi-Travaglio, sotto l’accorta regia dell’antiberlusconiano Freccero, che oggi Zaccaria «non condivide», sembra solo un incidente di percorso. Neppure il Raggio verde di Santoro crea ripensamenti traumatici. Zaccaria metabolizza il tutto e rilancia un’immagine della Rai, come grande azienda di comunicazione libera e professionale, da far venire invidia ai “maestri” della Bbc inglese. Le critiche non lo sfiorano e intende restare al suo posto sino al febbraio. I rilevamenti di Datamedia, che attribuiscono alla Rai la capacità di aver fatto perdere alla Casa delle Libertà quasi tre milioni di voti, sembrano una provocazione banale per il sorridente presidente, che più o meno risponde con un dantesco «guarda e passa». Il problema non è l’atteggiamento di Roberto Zaccaria e di chi, nel consiglio d’amministrazione, vuole continuare la “sua missione”. I problemi sono due e di diverso tipo.

Primo: troppo fango è stato gettato

Il primo è quello di carattere politico, immediato, tra una televisione pubblica schierata, sin dai tempi della presidenza di Enzo Siciliano, contro il centrodestra. Abbia o non abbia ragione Bruno Vespa “sull’azionista di riferimento”, è difficile immaginare, senza un’adeguata riforma, una televisione di Stato che sia in aperta opposizione al governo. Può anche darsi che in futuro questo possa avvenire, con una riforma appunto. Ma al momento diventerebbe una realtà stridente e costituirebbe, malgrado la struttura più autonoma delle altre televisioni pubbliche europee, un caso unico. Ma ancora più, l’attuale Rai smentirebbe tutte le affermazioni fatte prima della campagna elettorale. Non è di certo inconsueto, in Italia, che finisca tutto “a tarallucci e vino”, ma questa volta bisognerebbe cancellare centinaia di dichiarazioni dei leader politici sia di destra che di sinistra. L’impressione è che Zaccaria, in nome di una paradossale autonomia della Rai, voglia aprire un duro contenzioso con il governo in collegamento con alcuni esponenti del centrosinistra. Nella sua intervista al Corriere, prende le distanze dal centrodestra e dal centrosinistra, ma, guarda caso, dice di non volersi dimettere dopo che Rutelli ha chiesto un “impensabile” intervento del Presidente della Repubblica negli affari della Rai e dopo che i pasdaran della sinistra televisiva, come Giulietti e Vita, hanno puntato i piedi sulla sostituzione dell’attuale consiglio d’amministrazione.

Secondo: privatizzare

Il secondo problema è di carattere istituzionale. Sembra matura la necessità di una riforma autentica della Rai, per stabilire quale sia la sua funzione nel sistema dell’informazione. Da anni si pone, invano, il problema della privatizzazione di una parte della Rai. L’ex consigliere di Massimo D’Alema, Claudio Velardi, ha rivelato che il tema era stato affrontato anche da una parte dei Ds, ma tutto il “veltronismo” diessino si era sempre opposto. Il “carrozzone pubblico” nazionalpopolare, tanto caro alla veterosinistra, ha sempre previsto un’informazione di Stato, un festival di Stato, un intrattenimento di Stato fino alla ballerina e al giullare di Stato. Ma è ipotizzabile all’inizio del terzo millennio? La Rai ha bisogno di diventare un’azienda più piccola e più agile, più professionale e più libera, più ricca di informazione e di qualità. Nessuno nega la funzione di un servizio pubblico di informazione e di intrattenimento, ma su scala più ridotta e in grado di offrire qualità senza guardare ai dati dell’auditel. Dopo i disastri, i contrasti e le polemiche degli anni passati, questa sarebbe una via d’uscita decorosa per tutti. Doverosamente ci si chiede: che cosa c’entra con tutto questo la cocciutaggine di Roberto Zaccaria a occupare la prima sedia di viale Mazzini?

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